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Badbossology e risorse umane: la guida del consulente direzionale.

Come ho scritto in un articolo pubblicato su Ottica Italiana, rivista di riferimento del settore ottico optometrico italiano, ho notato che le aziende che hanno intuito la necessità di smettere di puntare sulla sopravvivenza, per passare dunque al rilancio, stanno iniziando sempre di più a valutare quali sono le migliori strategie di valorizzazione delle risorse umane. La crisi ha spesso costretto ad una riduzione della quantità di risorse e dunque ora bisogna ottenere il meglio da ciò che si ha. La differenza tra una strategia di sopravvivenza e quella di rilancio sta tutta nel modo con cui si vuole gestire il “poco”: i primi cercano di ottenere gli stessi risultati di prima attuando tecniche di maggiore sfruttamento delle risorse, i secondi hanno capito che in realtà ci sono enormi margini di miglioramento se le risorse umane vengono valorizzate e non cadono in quella che si può definire “badbossology”.

Partiamo dalla parola “boss”: sei un boss o un leader? Nel primo il tuo atteggiamento è tutto concentrato nel farti riconoscere come un'autorità, a scapito però di una reale possibilità di leadership. La conseguenza è dunque essere incapaci di generare un clima di collaborazione attiva, cioè di interesse da parte di tutti per il proprio lavoro, per il raggiungimento del risultato.

Uno degli obiettivi che l'atteggiamento autoritario del boss favorisce è, piuttosto, il generarsi di una grande quantità di stress nelle risorse umane, che avranno come primo obiettivo quello di non contraddire il boss, anche quando sarebbe utile, e plasmare il proprio atteggiamento all'insegna del quieto vivere. In poco tempo si faranno evidenti i primi effetti collaterali: calo della qualità, desertificazione degli stimoli, rassegnazione, calo della produttività, errori, assenteismo. Se non si porrà presto un rimedio, l'effetto a catena è inevitabile: sfiducia nel management, deterioramento dei rapporti con conseguenti problemi di conflitto di competenza e, infine, mancati introiti fino al fallimento.

Come consulente di direzione, dal mio punto di vista e da quello di molti altri colleghi, si sta consolidando rapidamente l'idea che è appunto il problema della “badbossology” la radice di questi sintomi, tradizionalmente attribuiti solo alle risorse umane.

Perché il “bad boss” è così “bad”? Non è solo un problema di carattere individuale, perché ad esempio anche l'evoluzione del mercato del lavoro, più incline alla precarietà ma anche alla flessibilità e alla mobilità, ha favorito l'emergere di questo atteggiamento. In Italia poi, dove più che in altri paesi la struttura tipica di tante imprese è basata ancora sul modello familiare padrone/dipendenti, il problema ha radici più robuste.

Ho dunque stilato una lista di 10 caratteristiche del “Bad Boss”, che elenco anche qua.

Il Bad Boss è:

1. saccente: sa tutto lui e non mette in discussione le sue idee; questo porta a superficialità e soprattutto ad una mancata responsabilizzazione dei dipendenti (mai chiamarli collaboratori!)

2. dispotico: non sono ammesse sfide al suo potere, nemmeno sotto forma di lamentela

3. autoritario: ogni regola o comportamento aziendale parte innanzitutto dall'autorità del capo

4. accentratore: ogni decisione passa per il vertice, nessuna delega è davvero tale

5. (apparentemente) introverso: perché comunicare significa rivelare “segreti” che minano la solidità del potere

6. ingrato: nel senso letterale: non gratifica, non valorizza i buoni risultati perché sono dati per scontati; le critiche sono invece frequenti e gratuite

7. non è di esempio: sono i dipendenti che devono essere bravi ed aiutarsi tra loro; al capo le regole non si applicano, perché viene prima

8. ansioso: questa è la conseguenza del punto 4: troppe decisioni da prendere lo rendono lento e inefficace, nonché timoroso del cambiamento molto più del normale. L'ansia però ha ripercussioni negative a sua volta, perché rende non lucidi ed è contagiosa.

9. contrario alla formazione: come per il punto 5, un dipendente che cresce è una minaccia al potere. Che cosa succederebbe se un dipendente si mostrasse più competente ed aggiornato del padrone?

10. manipolatore: “divide et impera”, cioè crea zizzania tra i dipendenti in modo da consolidare la propria figura come unica autorità rispettata.

 

Da bad boss a leader

Lavorare su questi 10 punti, semplicemente capovolgendoli, crea invece un ambiente di lavoro sano, stimolante e più produttivo, guidato da un leader che conduce tutti quanti verso l'obiettivo, senza lasciare nessuno indietro. Ogni risorsa umana può così realizzare se stessa, sentendosi dunque meno stressata e anzi contenta di recarsi al mattino in un posto dove sa di essere apprezzata e di potersi migliorare ancora. Quando il Bad Boss diventa leader, sarà innanzitutto riconosciuto tale per la sua autorevolezza, e quando sarà necessario spronare qualcuno, sarà per lui più facile farsi ascoltare e, soprattutto, ottenere il risultato.

 

L'aiuto di un consulente di direzione

Sei un bad boss pentito? La tua azienda soffre perché non riesce a gestire nel modo più proficuo le risorse umane? Nella tua azienda il clima è poco sereno a scapito dei guadagni? Affrontiamo insieme l’argomento su info@beatricezannarini.it e tramite il mio sito www.beatricezannarini.it.


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