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La Commissione di Massimo Scoperto

La istoria è la maestra delle azioni nostre.

Nicolò Macchiavelli

 

Se è vero che la storia si ripete, allora è giusto fare un tuffo nel passato e riscoprire una commissione bancaria molto amata dagli Istituti di Credito per essere poi in grado di valutare se possiamo chiedere spiegazioni alla nostra banca di fiducia relativamente alla correttezza della sua applicazione.

 

Una volta nei nostri estratti conto impazzava la Commissione di Massimo Scoperto (CMS), oggi abolita e sostituita con altre commissioni, ma di cui ogni tanto si legge e/o si sente ancora parlare.

 

Ma che tipo di commissione era?

 

La sentenza n. 870 del 18/01/2006 della Cassazione la definiva come la “remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione dei fondi a favore del correntista indipendentemente dall’effettivo prelevamento della somma”.

Ciò significa che la banca, nel momento in cui metteva a disposizione una determinata somma di denaro a favore di un cliente, accantonava quella somma indipendentemente dal fatto che il cliente la utilizzasse o meno.

Quindi la banca aveva diritto ad una provvigione la CMS appunto, che avrebbe dovuto essere calcolata nei seguenti modi:

 

  1. sull’intera somma messa a disposizione della banca ad esempio € 5.000,00;
  2. nel caso di parziale utilizzo (€ 3.000,00) sull’importo rimasto ancora a disposizione ossia € 2.000,00.

 

In realtà, indipendentemente da quanto stabilito dalla Suprema Corte di Cassazione, la CMS veniva calcolata, in termini percentuali, sull’importo massimo utilizzato in un determinato periodo, di solito il trimestre, per tutti i giorni del periodo di riferimento indipendentemente dalla sua effettiva durata.

Si può notare una contraddizione tra metodologia di calcolo e funzione della CMS prevista dalla Cassazione che, secondo la maggioritaria Giurisprudenza di merito, portava alla nullità del relativo addebito non trovando una giustificazione causale.

Secondo alcuni filobancari la CMS non era altro che il corrispettivo che spettava alla banca per l’assunzione del rischio di mancata restituzione in proporzione all’ammontare dell’utilizzo dei fondi (Teoria della remunerazione derivante dall’assunzione del rischio di mancata restituzione).

A questo punto però ai più è sorta la domanda: la banca in sede di apertura di credito non aveva già valutato la rischiosità dell’operazione ed un suo eventuale incremento nel corso degli anni?

Certamente che in tale sede si era valutata la patrimonialità statica e dinamica del cliente e su queste valutazioni veniva definito il tasso d’interesse; pertanto la CMS non era altro che un’inutile maggiorazione dell’interesse stesso.

Inoltre se il valore della CMS fosse stato stabilito sulla base del rischio di mancata restituzione assunto dalla banca, non la si sarebbe dovuta calcolare considerando l’intero periodo e l’esposizione massima raggiunta, bensì su ogni variazione, in più od in meno, dell’esposizione e per la durata della medesima.

Infine il rischio per la banca aumenta all’aumentare delle somme utilizzate dal cliente, quindi la CMS aumentare in proporzione e non rimanere un’aliquota fissa.

In conclusione tale giustificazione all’esistenza della CMS risulta del tutto infondata.

Altri sostengono, invece, la Teoria dell’accessorio dell’interesse legato all’utilizzazione.

Ma anche questa tesi era confutabile: l’interesse calcolato per l’utilizzo dell’altrui denaro riguardava il capitale che la banca aveva prestato, giorno per giorno, al cliente.

 

Condizione necessaria affinché la CMS potesse essere considerata valida era la sua indicazione in una clausola del contratto in cui dovevano essere specificate le modalità di calcolo.

In realtà i contatti standard non prevedevano tale esplicitazione.

Inoltre la CMS poteva essere applicata solo nel caso di conto corrente aperto e correlato di un rapporto di fido.

Nel momento in cui esso fosse chiuso la CMS doveva venire meno in quanto veniva meno l’obbligo della banca di tenere accantonato il denaro che costituiva il fido del cliente.

In questo frangente l’applicazione di tale commissione era nulla.

Era nulla anche nel caso in cui il cliente avesse utilizzato per intero il fido concessogli, ossia avesse speso tutti gli € 5.000,00 dell’esempio precedentemente indicato, oppure l’avesse superato, ad esempio avesse speso € 2.000,00 oltre il fido, generando così uno scoperto di conto.

Però prassi bancaria voleva che in quest’ultimo caso la commissione fosse ulteriormente maggiorata, andando ad aumentare i costi in maniera abnorme.

In generale la CMS non era una commissione dovuta in automatico ma doveva essere definita a priori e specificata nel contratto.

La sua applicazione non poteva essere giustificata dagli usi.

La nullità della CMS trimestrale era una nullità rilevabile d’Ufficio ai sensi dell’art. 1421 c.c..

Concludendo possiamo affermare che l’art. 117 quater del TUB parla di trasparenza quindi tutte le voci devono essere chiaramente specificate: la CMS non era un interesse, non era una commissione, sarebbe dovuta essere una provvigione.

Ma per come era stata trasformata la CMS non era più una provvigione dovuta per accantonamento da parte della banca di una somma di denaro destinata a fido e la sua struttura di calcolo non riusciva a giustificare la sua esistenza.

A questo punto si può affermare che la CMS doveva essere considerata nulla perché priva di una causa giustificatrice.

Infatti così è stato, anche se poi sostituita da altre commissioni.

 

Consigli:

 

  1. non è troppo tardi per richiedere la restituzione delle commissioni di massimo scoperto addebitate alla propria banca (gli importi piccoli se sommati portano ad un importo grande).
  2. fatevi aiutare da un professionista.

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